Presenze costanti, ma poco raccontate
Le donne in montagna ci sono sempre state, anche quando il racconto sembrava dimenticarle. Hanno abitato alpeggi, gestito rifugi, guidato escursioni, attraversato ghiacciai. Ma per anni i loro nomi sono rimasti ai margini, mentre la narrazione della montagna si concentrava su imprese eroiche e figure maschili. Oggi, qualcosa sta cambiando. Crescono le guide alpine donne, aumentano le rifugiste che decidono di vivere tutto l’anno in quota, si moltiplicano le iniziative per far emergere storie dimenticate o mai ascoltate davvero. Raccontare la montagna al femminile non è una rivendicazione, ma un modo per restituire complessità e verità a un mondo che ha sempre avuto bisogno di entrambe.
Storie vere, luoghi veri: rifugi e volti da incontrare
In molte valli alpine, oggi è una voce femminile ad accogliere chi arriva. Donne che hanno scelto di vivere e lavorare in quota, lontano da orari regolari e comodità. In Val di Funes, al Rifugio Genova, da anni la gestione è in mano a una giovane donna che guida escursioni, cucina e tiene insieme logistica e accoglienza. In Valle Gesso, al Rifugio Morelli-Buzzi, la presenza femminile ha trasformato il rifugio in un luogo non solo di ristoro, ma di racconto e relazione. E in Valgrisenche, la gestione del Rifugio Bezzi è affidata a una guida alpina donna che accompagna escursionisti e alpinisti lungo percorsi glaciali, rompendo pregiudizi con la semplicità dei gesti quotidiani.
Alpinismo femminile: tracce lasciate sulla roccia
La storia dell’alpinismo femminile è fatta di conquiste poco celebrate e di gesti che, per anni, sono passati sotto silenzio. Già nell’Ottocento, donne come Henriette d’Angeville o Meta Brevoort affrontavano le cime più alte con determinazione, spesso sfidando i divieti e le convenzioni sociali. Oggi, quella traccia continua a crescere. In Italia, alpiniste come Nives Meroi hanno raggiunto tutte le vette oltre gli ottomila senza ossigeno, mentre giovani come Elisa Cavinato e Barbara Zangerl si distinguono per tecnica e approccio etico alla montagna. La loro presenza non è più un’eccezione, ma una parte viva e autorevole del panorama alpinistico.
Molti rifugi, oggi, espongono fotografie e racconti di queste donne, rendendole visibili anche a chi non frequenta l’alta quota. È un modo per tramandare modelli diversi, lontani dall’epica del record, più vicini a un rapporto autentico con la montagna. Un modo, anche, per suggerire nuove motivazioni a chi sceglie di camminare, come già raccontato in “Pastori e alpeggi”: esperienze lente, radicate, spesso guidate da mani femminili.
Una presenza silenziosa, ma essenziale
Parlare di donne in montagna non significa separare, ma completare un’immagine troppo a lungo sbilanciata. Le loro storie — tra sentieri, rifugi, pareti e borghi — raccontano un altro modo di vivere l’altitudine: meno legato all’impresa, più attento alla relazione, alla cura, alla permanenza. Non è una montagna meno dura, ma più complessa. Scegliere di visitare questi luoghi, incontrare queste persone, ascoltare questi racconti, significa anche avvicinarsi alla montagna con uno sguardo più ampio. Dove ogni passo, ogni volto, ogni voce contribuisce a tenere vivo un equilibrio fatto di terra, tempo e umanità.
